Daniele Ortolano rieletto vicepresidente Figc: «Puntiamo sulla sostenibilità e sui settori giovanili»

Daniele Ortolano vicepresidente Figc rieletto con Gravina. Focus su sostenibilità, settori giovanili e riforme per il calcio italiano.

Daniele Ortolano vicepresidente Figc: rielezione e futuro

PESCARA – Il motore del cambiamento. Per dare un volto nuovo al sistema calcio, che di rinnovamento ne ha assoluto bisogno. Un rinnovamento che passa necessariamente per gli uomini, per chi nel calcio ci ha passato una vita intera. Come Daniele Ortolano, che è stato rieletto vicepresidente della Figc al fianco di Gabriele Gravina per il loro secondo mandato.

Daniele Ortolano vicepresidente, la Figc parla abruzzese

Un consiglio federale che parla abruzzese. Oltre a Gravina, ormai abruzzese di adozione, ci sono infatti proprio Daniele Ortolano e Daniele Sebastiani.

Con il presidente del Pescara che è stato eletto in consiglio per la serie C. Che questo momento storico possa essere un buon viatico per il rilancio del calcio di casa nostra, verrebbe da dire. Di certo la coppia Gravina-Ortolano aveva posto le basi del loro lavoro già nel precedente mandato.

Parola d’ordine sostenibilità e innovazione. Per un calcio che guarda al futuro, badando a salvaguardare soprattutto lo stato di salute delle società di calcio. Che troppo spesso viene messo a repentaglio a causa di gestioni poco lineari. Il futuro passa necessariamente anche per le strutture e per la crescita dei settori giovanili. Due elementi che in fondo sono legati a doppio filo.

La speranza è che questa volta il consiglio federale possa trovare una sponda anche da parte della Lega di serie A. Visto che negli anni precedenti troppo spesso si sono create delle frizioni soprattutto con l’area legata al presidente della Lazio Claudio Lotito.

Daniele Ortolano insieme al presidente della Figc Gabriele Gravina

Daniele Ortolano vicepresidente Figc: un uomo di calcio

Quella di Daniele Ortolano è una storia lunga. Che affonda le radici negli anni settanta quando era alla presidenza della Renato Curi, che all’inizio si chiamava Marconi. Una società che aveva il proprio fiore all’occhiello nel settore giovanile. Basti pensare che da questa società sono usciti campioni del calibro di Fabio Grosso e di Massimo Oddo, ma anche Roberto D’Aversa e Giulio Falcone. Poi dal 2001 per ben diciotto anni Ortolano è stato alla presidenza della Lnd Abruzzo, prima del passaggio di testimone con Ezio Memmo.

Adesso la riconferma ai vertici della Figc. In cui si porta dietro un bagaglio di esperienza ragguardevole, capace di fargli scorgere le prospettive di sviluppo di un mondo del calcio che nel nostro paese ha bisogno di rilancio. Così nel consiglio federale dello scorso 26 febbraio a Roma è arrivata anche la sua rielezione alla vicepresidenza. Per dare continuità ad un lavoro che lo vede impegnato in prima linea per un’azione di riforma radicale, in cui le idee di rinnovamento devono prendere forma.

È stato rieletto ai vertici della Figc al fianco di Gabriele Gravina. Quali sono oggi le vostre priorità nell’azione di riforma e di cambiamento che investe il sistema del calcio italiano?

«Il programma di Gravina va a vele spiegate. Dentro c’è l’essenza delle priorità del calcio. Lui mette davanti a tutto la sostenibilità economica e finanziaria, per un sistema che ha da tempo grandi difficoltà. Lui ha cercato di mettere indici di liquidità e provvedimenti per i bilanci delle società di calcio.

L’altro punto riguarda gli aiuti. Un punto che riguarda anche sponsorizzazioni di aziende di scommesse, per avere almeno qualcosa che possa essere reinvestito dalle società. Per investimenti valoriali sui settori giovanili, per l’impiantistica sportiva riguardo in particolare agli stadi che poi ci consentono di organizzare competizioni. Poi c’è la riforma dei campionati.

Il calcio è in crisi dal punto di vista economico, dipende dal fatto che c’è sovraesposizione con i contratti. Anche le società più virtuose fanno fatica. Alle società di calcio torna l’1% di quello che danno allo Stato. In serie C si sta puntando sulla riforma Zola per favorire i vivai.

Nella stagione 2027-2028 nelle squadre dieci ragazzi devono appartenere ai vivai. Le società di B si salvano perché hanno un gruzzolo migliore per i diritti televisivi, ma anche lì c’è chi è in difficoltà. La riforma va avviata con tutti».

Si è detto spesso che bisogna intervenire soprattutto sui settori giovanili. In questo senso, qual è la vostra strategia?

«La strategia più che mia è quella del consiglio federale. Quello su cui non possiamo incidere riguarda le scelte delle società. Qui c’è un mercato comune e riguarda proprio le scelte delle società.

Quello che avviene in altri paesi è legato anche ad un modo diverso di interpretare il calcio, penso alla cantera di Barcellona e Real Madrid. Qualcosa sta migliorando con le seconde squadre.

Si è visto che portano dei vantaggi per avere giovani a disposizione e anche in termini economici. Ma questo va controllato sulla parte che riguarda le seconde squadre in C. E Gravina ha parlato di accademia di squadre under 23.

Nel frattempo noi siamo cresciuti a livello di ranking europeo. Abbiamo vinto con l’under 19, anche con l’under 20 abbiamo fatto buoni risultati. L’unico cruccio è l’under 21.

Grazie all’opera di Viscidi (coordinatore delle nazionali giovanili della Figc). Il problema è che la maturazione dei giovani poi non avviene. Per questo sta arrivando l’Evolution programme per migliorare questo aspetto. Ma noi siamo troppo risultatisti.

Vanno create sinergie tra settore tecnico e settore giovanile. Altro punto è lo sviluppo del calcio femminile. Molti club di A hanno aderito e creato una propria squadra».

Altro tema che avete messo spesso all’ordine del giorno è quello delle strutture. Come si fa a snellire l’iter burocratico che spesso ostacola l’esecuzione dei lavori legati agli stadi di proprietà per le società di calcio e alle altre strutture sportive?

«Su questo c’è la volontà di rivolgere domanda al Governo per snellire queste procedure. L’unica cosa è la richiesta di un commissario che possa snellire alla luce degli investimenti. L’esempio è anche lo stadio Adriatico di Pescara, che ha dei vincoli».

Nel vostro precedente mandato la nazionale italiana guidata da Roberto Mancini è stata capace di vincere un europeo nel 2021. Poi più nulla. Del resto anche la nostra serie A è scesa molto di livello. Secondo lei si riuscirà mai a riportare la nostra serie A ai fasti del passato, quando il nostro era il campionato più bello del mondo ed era pieno di campioni?

«Prima eravamo attrattivi e c’erano i campioni, ma dipende anche dalla sostenibilità. Gli introiti sono quelli dei diritti televisivi e bisogna svilupparli. Se si collega la nazionale alle società si capisce che in Italia c’è la più bassa partecipazione ai campionati di serie A di calciatori italiani. Nonostante questo si riescono a fare risultati. A livello di settore giovanile le primavere sono rimpinguate di calciatori stranieri. Si riescono a fare risultati perché qualche talento emerge e la media di quelli che giocano in A è elevata. I talenti che giocano all’estero è più difficile averli. Prima c’era anche un decreto di diminuzione delle tasse per chi proviene dall’estero, ma è stato abolito due anni fa. Dobbiamo investire di più nel settore giovanile».

Torniamo alle sue origini nella Renato Curi. È ancora possibile oggi perseguire quel modello nella formazione e nella crescita dei giovani?

«Se si parla di formazione e di crescita umane io credo che quello è possibile. La passione dei dirigenti in tutta Italia è sempre alta e nel modello dilettantistico ci sono tante figure che favoriscono la maturazione dei grandi.

Oggi è più difficile, io ho lasciato nel ’98. Prima non c’era la legge Bosman, c’erano introiti diversi. Era possibile seguire i ragazzi, c’era una dirigenza che con dedizione e competenza lavorava. Avevamo tecnici come Di Mascio ad esempio. Tutto veniva riversato nelle società per la conservazione di quello staff importante con quindici persone dentro.

Per noi la Curi era una seconda famiglia. Oggi forse quel fattore motivazionale è più difficile da raggiungere. A parte i vari Oddo, Grosso, D’Aversa e Falcone, quello di cui vado più fiero è che oggi mi ferma ancora gente che ha giocato nella Curi e mi dicono che è stata l’esperienza più formativa della loro vita».

Lei è stato per ben diciotto anni alla guida della Lnd Abruzzo. Secondo lei che momento vive oggi il calcio abruzzese?

«Io sono stato l’unico presidente che ha lasciato senza andare alle elezioni. L’ho fatto perché ritenevo concluso il mio percorso. Ezio (Memmo, attuale presidente della Lnd Abruzzo, ndr) lo ha interpretato in maniera splendida. Il suo è uno dei comitati che viene ascoltato maggiormente da Abete, che ritengo uno dei migliori dirigenti sportivi. Ezio ha sostenuto l’innovazione, la comunicazione, il calcio femminile e il calcio sociale. Tante professionalità sono inserite nel comitato regionale e sono ascoltate a livello nazionale. C’è stato rinnovamento. Il calcio abruzzese a livello di competitività è sempre forte in rapporto ad una piccola regione con calo demografico. Noi abbiamo dato anche partecipazione ai disabili per un calcio sempre più inclusivo. Tra una settimana saremo a Lanciano per un’iniziativa a favore dei detenuti. La Lnd ha un milione di tesserati e dieci mila società iscritte, l’obiettivo è far giocare a calcio tutti».

08-03-2025 Daniele Rossi

La Redazione de La Dolce Vita
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